Parrocchia San Michele Arcangelo Lascari - Parrocchia San Michele Arcangelo Lascari

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La festa della mamma

Parrocchia San Michele Arcangelo Lascari
10 Maggio 2020
Una giornata vissuta in un modo diverso nella fase due del Coronavirus
Stamattina ho un dolce debito da saldare. Con ogni mamma. Gli auguri. Quelli per la mia mamma quest’anno hanno subito sostanziali modifiche. Niente rose, piantine, profumi. Mi sono alzato un po’ prima. Le ho confezionato, ai piedi del suo lettino, una sveglia insolita: una carezza sul volto e un bacio sulla fronte. A seguire, un graditissimo servizio, un bar casereccio con una tazza di caffè e dei biscottini. Ma non è finita. Per il giorno della sua festa, causa Coronavirus, mi sono improvvisato parrucchiere. L’ho aiutata a farsi lo shampoo. Mi ha bocciato come coiffeur per la troppa schiuma, l’acqua molto calda, il disordine creato attorno. Alla fine, però, penso che mi abbia promosso come figlio. L’ho dedotto dal suo solare e oceanico: Grazie. «Per tutto».

Per gli auguri ad ogni mamma attingo agli scaffali della biblioteca dei miei ricordi. Li confeziono appositamente per voi utilizzando le mani delle mamme dei miei genitori. Delle nonne. Erano mani che profumavano di pane sfornato alle prime luci della alba, di arance o limoni raccolti da poco, di cipolle e aglio appena sbucciati; di basilico, menta, salvia e rosmarino usati per rivestire di un sapore sempre nuovo ogni piatto del giorno. Mani che riuscivano, al primo colpo, a infilare un filo sottilissimo per la cruna di un ago; a rattoppare calzini, ad accorciare e allungare camicie e pantaloni. Mani capaci di creare, di inventare. Basta pensare agli eleganti ricami su asciugamani e lenzuola. Ai perfettissimi e coloratissimi Punto Croce, Erba, Assisi. Queste mani, rivediamole insieme.

Erano spesso screpolate, segnate da marcate rughe e vistosi calli. Devono farci pensare subito e ancora al lavoro, al sacrificio, a una fede rocciosa. Niente manicure, creme lenitive, trattamenti estetici, unghia laccate, unghia finte. Mani che sapevano indicare solo la via dell’essenzialità e che non sarebbero state mai capaci di abbracciare o accarezzare soltanto le vie dell’apparenza, della formalità e dell’esteriorità. Ci hanno educato al senso della misura in ogni cosa. Come non ricordare, a tal proposito, quei sacchettini di plastica che venivano ridotti a sparuti rettangolini da riciclare per gli usi successivi. Ci hanno anche instillato il valore del dono e della giusta ricompensa. Pensiamo, per un attimo, all’attesissima “fera” domenicale. Quella moneta da cento o cinquanta lire che veniva da noi nipotini tempestivamente investita per l’acquisto di qualche leccornia. Al dono-ricompensa per ogni servizio prestato, per la promozione a scuola.

Care mamme, non voglio tediarvi o annoiarvi obbligandovi a fare un forzato trasloco nel passato. Neanche riproporvi un video fatto di parole e metafore della serie “I migliori anni” o “ Ai nostri tempi”. Nessun tuffo nostalgico nel passato. Voglio con voi celebrare questa festa avendo accanto a noi coloro che sono state mamme due volte. Con la giusta luce che meritano di avere in questo giorno. Abbiamo tanto da imparare, soprattutto nel tempo di emergenza da Covid-19, da queste donne senza aureola che restano impeccabili maestre nell’avere saputo unire il Cielo alla terra. Le loro anime sembravano possedute da Dio, spesso era come se vivessero nel soprannaturale, era come se vivessero di Dio.

Ricordo che c’era un tempo della giornata dove i loro cuori si scioglievano da ogni legame terreno per vivere la comunione con i cari defunti. Essa si concretizzava in un incontro tutto impastato di preghiera vera perché infinitamente semplice: la recita della coroncina di cento Requiem in loro suffragio. Spesso, per i tanti lavori da fare, era l’appuntamento ultimo della giornata.

Nelle mie orecchie è ancora viva la voce della vispa nonnina che già a letto, prima di addormentarsi, biascicava in un latino tutto da studiare e da capire, i suoi cento “Eterno riposo”. Io dalla stanza accanto la ascoltavo. Nel silenzio. Con profonda ammirazione. Il tono era quello di una supplica, di una litania che chiedeva conforto e misericordia. Sapevo che in questa ordinata litania erano inseriti la sua mamma ancora giovane, due fratellini, diversi cugini deceduti per il Coronavirus dei primi anni del novecento: la Spagnola. Vi erano anche tanti parenti che erano stati falciati dall’epidemia del colera nel lontano 1860. Della Spagnola diceva sempre che prima erano morte tante, tante galline. Poi tante, tante persone. Di ogni età. Molti bambini. Cercava di ricordarle tutte. Una ad una. Ricostruendone per ciascuna l’identità con qualche puntuale dettaglio e legandole ai familiari ancora in vita. Una ricostruzione impeccabile. Per me chiara nel dare un volto. Un invidiabile percorso virtuale che attraversava i rami parentali e poi tutte le vie del paese.

Mi ha così insegnato che anche per le più violente pandemie le morti non sono numeri da annunciare, da dettare. Sono vite da amare, da ricordare. Anche nella preghiera. Ora comprendo che ha adottato il modulo più saggio per fare comprendere a un bambino che cosa fosse e cosa potesse causare una pandemia. Il ricordo delle nonne ci insegna che si è madri ed educatori con le mani, con le labbra e le bocche. Come le loro, le nostre devono sempre essere bagnate di saggezza nel raccontare ai piccoli i pezzi di storia della nostra vita. Soprattutto in questo nostro travagliato presente. Quest’anno, come ho fatto per la mia mamma, anche per le mamme amiche, per le mamme che leggeranno queste righe, niente rose, fiori o telefonate. Il COVID- 19 ha modificato anche il modo di porgere gli auguri.

Ho pensato di entrare in punta di piedi nel cuore di ogni madre donandovi una rosa vellutata, con tanti petali. Una rosa “virtuale”. Ogni immagine, che ho rispolverato con voi in questo piacevole ripescaggio di ricordi, configuratela come un petalo vellutato di questo fiore. C’è anche il suo profumo. Vorrei che si espandesse nelle nostre case. E’ tutto contenuto nella “teologia” delle nostre nonnine, delle mamme bis. E’ una teologia che va studiata. Quella della candela accesa. La mia nonna, come quasi tutte, ogni volta che in famiglia c’era una malattia, un momento triste, di dolore, di contrasto tra i figli, pregava con una candelina accesa. Lo faceva anche per i miei esami universitari. Era la fiammella cristiana della sua fede. Era sempre certa che tutto andasse bene. Perché quella fiammella, pur cambiando la candela, non si spegneva mai. C’era sempre. Custodiamone le scintille che ne restano nell’attuale generazione. Saranno il fuoco cristiano della “rinascita” che seguirà a questa tempesta. Sarà il profumo da donare ai nostri figli. A iniziare da stasera. Auguri, mamme.
Don Franco Mogavero

Sitografia: https://www.percorsinodali.it



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